a cura di Alessandra Vittoria Pegrassi
C’è un momento preciso, quasi impercettibile, in cui il cibo smette di essere solo nutrimento e si fa racconto. È quando l’aroma di un piatto inizia a diffondersi nell’aria, avvolgendo lo spazio come un linguaggio silenzioso, capace di evocare memorie, radici, identità. Il profumo del cibo precede il gusto: lo anticipa, lo prepara, lo narra. È l’olfatto, il più ancestrale tra i nostri sensi specifici, a suggerirci per primo se una pietanza sia appetibile o meno; questo senso intuitivo e arcano ci seduce e ci mette in guardia da sempre: basti pensare ai nostri antenati, che annusavano un cibo per stabilirne la commestibilità, schivando talvolta anche pericoli venefici. È proprio da qui che si può iniziare a leggere il legame profondo tra cultura e cucina, tra ciò che mangiamo e ciò che siamo.
Ogni popolo ha i propri profumi-vessillo. L’odore pungente del kimchi nelle strade coreane, il curry che impregna l’aria delle case indiane, la cannella e la menta nei souk marocchini, la cipolla che soffrigge nei vicoli delle città italiane: non sono semplici note olfattive, ma frammenti identitari. Il sentore del cibo è forse la forma più democratica della memoria: lo respiriamo tutti, sin dalla nascita, ed è capace di risvegliare ricordi con una precisione tagliente che nessuna fotografia potrà mai eguagliare né restituire.
Cucinare è un atto culturale, ma ancor prima un rito sensoriale. Ogni gesto – impastare, bollire, arrostire – rilascia nell’aria un alito che parla la lingua dell’origine. In ogni angolo del mondo, l’olfatto è la soglia attraverso cui il cibo penetra la nostra sfera emotiva, ben prima che corporea. Non è un caso che le ricette più amate siano quelle che “sanno di casa”: perché ciò che ci lega a un piatto è innanzitutto l’odore con cui l’abbiamo incontrato.
I profumi del cibo raccontano anche il tempo. Parlano delle stagioni, dei raccolti, delle festività. L’odore della brace nei giorni d’estate, del pane nei forni invernali, delle spezie durante il Natale: ogni epoca dell’anno ha la sua grammatica aromatica, che diventa patrimonio culturale condiviso. Così come ogni comunità costruisce, attorno al cibo, un sistema di riti, ricorrenze, gesti codificati che si tramandano di generazione in generazione. Il profumo diviene allora strumento di continuità: lega i vivi ai loro antenati, le nonne alle nipoti, i popoli alle loro terre d’origine.
Eppure, il profumo del cibo può essere anche terreno di conflitto e trasformazione. Marchio di esclusione – si pensi a come certi aromi “etnici” vengano percepiti come invadenti o sgraditi – ma anche veicolo di incontro tra culture. In un mondo che tende ad appiattire i sapori, l’aroma può diventare resistenza, affermazione di una differenza. Una cucina profumata è, in questo senso, una cucina viva: perché profumare significa affermare la propria presenza nello spazio, raccontare una storia, generare reazioni.
Il cibo non è mai neutro, e meno che mai lo è il suo odore. Il profumo è il suo primo ambasciatore culturale, il modo più diretto e primordiale con cui una tradizione si fa riconoscere. È nel respiro aromatico di una cucina che si cela, spesso, il volto invisibile di un popolo. E in quell’aroma che si sprigiona prima ancora del gusto, c’è tutto: la memoria, il rito, l’identità. E anche, silenziosamente, il futuro.
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