Si riduce in Cina l’impiego della MTC - 29/08/2010


Di Roberto Gatto

Un articolo recentemente comparso sulla rivista Social Science & Medicine a firma di Lei Jin, del Dipartimento di Sociologia della Chinese University of Hong Kong, analizza le variazioni nell’utilizzo della Medicina Tradizionale Cinese intervenute in Cina tra il 1991 ed il 2004.

L’articolo fa riferimento ai dati desunti dal Chinese Health and Nutrition Survey, un’indagine condotta in cinque riprese su di un ampio campione di famiglie residenti in aree urbane e rurali di nove province cinesi. In ognuna delle edizioni, ad un intervistato veniva richiesto di elencare le strutture ed i soggetti erogatori di prestazioni sanitarie ai quali i membri della famiglia si rivolgevano in caso di necessità.

In base ai dati rilevati, nelle aree urbane il ricorso alla Medicina Tradizionale Cinese è passato dal 25% delle prestazioni totali del 1991, al 14% del 2004, mentre il ricorso alla Medicina Occidentale è passato dal 69% del 1991 all’80% del 2004. Nelle aree rurali il ricorso alla Medicina Tradizionale Cinese è passato dal 20% delle prestazioni totali del 1991, al 16% nel 2004, mentre il ricorso alla Medicina Occidentale è passato dal 62% del 1991 al 67% del 2004.
Nel periodo in esame le aree urbane registrano quindi un calo nel ricorso alla MTC di oltre il 40%, mentre tale diminuzione nelle aree rurali ammonta al 20% circa.

A fronte di un’accettazione e di una diffusione via via maggiori in Occidente, la MTC sembra diventare una disciplina sempre più marginale e minoritaria in Cina. Il dato è contraddittorio?

Solo in apparenza. In primo luogo ci sembra naturale che le differenze tutt’ora esistenti nel ricorso alla MTC in Occidente ed in Oriente vadano livellandosi, a fronte della crescente globalizzazione degli stili di vita (dove quello occidentale, nel bene e nel male, si sta imponendo a livello mondiale), dell’aumento delle risorse economiche di fasce sempre più larghe della popolazione e, soprattutto, degli indubbi successi della moderna biomedicina. In tal senso è altamente probabile che quel 14% di MTC in Cina sia destinato ad un ulteriore flessione, così come il 3% registrato in Italia dai rilevamenti ISTAT debba riconoscere un aumento.

L’autore afferma altresì che le percentuali cinesi più sopra esposte sono probabilmente frutto di una sottostima, in quanto si riferiscono unicamente alla MTC erogata manu medica ed escludono l’autoprescrizione e l’autosomministrazione di altri trattamenti tradizionali (moxibustione, rimedi fitoterapici, ecc.).

Ma, in questo quadro generale di contrazione, nei cinque rilevamenti spiccano a nostro avviso due aspetti essenziali di segno opposto:
1) L’impiego della MTC è in crescita nella fasce più anziane di età
2) L’impiego della MTC è in crescita nella patologie croniche scarsamente rispondenti alle usuali terapie biomediche.

Questi due aspetti costituiscono un punto di contatto tra la realtà cinese e quelle occidentali: a fronte di un impiego preponderante della biomedicina, in entrambi gli emisferi la MTC individua sempre più chiaramente il proprio spazio, affermando il proprio impiego preferenziale presso le categorie più fragili per fasce di età e/o stato di salute. Questa realtà da un lato richiede la chiara individuazione delle indicazioni e dei limiti di questa medicina in base a prove scientifiche di alto livello, dall’altro impone che la preparazione dei professionisti che la erogano garantisca i più elevati livelli di conoscenza e competenza.

Questi argomenti, oggetto dello scorso Congresso della Società Italiana di Agopuntura, sono già stati trattati dal professor Minelli in uno scorso numero di Agopuntura33, ma certamente meritano di essere ripresi ed approfonditi.


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